SAN GIOVANNI TEATINO-LAVORO: San Giovanni non vuole inganni, che si tratti del Battista o del paese in quel del Teatino dov'è in programma l'apertura di una nuova sede Ikea. In questo periodo di fame cronica di posti di lavoro, in 30mila hanno mandato il loro Cv per partecipare alla selezione: una battaglia ciclopica alla conquista di 220 posti; in pratica, lo 0,073% di possibilità di riuscita.
Ma quando le probabilità sono al lumicino, per i più fortunati arriva la mano dal cielo..anzi, direttamente dai palazzi del potere: questo o quel politico che tenta di creare assi pigliatutto da sistemare fra mensole, cucine, tende, Mongstad, Krabb, Aspelund..secondo un (mal)costume che nel nostro Paese è più consolidato che non si può.
E qui arriva l'imprevisto: quella rompiscatole dell'etica scandinava si mette di mezzo e non accetta di buon grado le usanze autoctone, scatenando un putiferio, e rispedendo al mittente le richieste di sistemare i propri protetti. Avete capito bene: la spintarella tutta italiota (esisterà anche all'estero, ma da noi è diventata sistema), s'infrange contro il muro di legno del gigantone svedese, che detto fra noi...ci fa fare davvero una figuraccia, sputtanando ai quattro venti il segreto di Pulcinella e ribadendo il fatto che debbano essere soltanto i responsabili della selezione del personale a decretare gli assunti. E finalmente, anche in Italia, merito batté raccomandazione 1 a 0.
(Poi si chiedono perché gli imprenditori esteri non investono da noi..)
giovedì 29 marzo 2012
martedì 27 marzo 2012
La Nanda
CHIARA-LAVORO: Non ho mai parlato di coloro che considero i miei grandi maestri di giornalismo: ci sono quelli acclamati universalmente e quelli che ognuno sente più vicino a sé. Ad esempio, io ho sempre avvertito come un'estranea Oriana Fallaci, pur ammirandola e avendo letto alcune delle sue eccezionali interviste: la sua durezza estrema, la deriva che l'ha portata a farneticare razzismo ed intolleranza negli ultimi anni di vita, anche se non va banalizzata ma rapportata alla sua realtà, mi rendono quasi antipatico il suo nome. Se proprio dovessi scegliere un'intellettuale che vorrei essere, non avrei alcun dubbio: la mitica Fernanda Pivano.
La sua vita dev'essere stata meglio di un film: ha incontrato e raccontato tutti i più grandi protagonisti della scena letteraria e musicale del dopoguerra, con le sue traduzioni e i suoi articoli ci ha regalato opere che non conoscevamo, e una lunga galleria di ritratti raccontati con semplicità, voglia di cogliere l'essenza e le piccolezze di un personaggio e chi stava dietro a quella maschera, a partire dal rapporto con il grande Ernest, per arrivare ai musicisti più importanti degli ultimi decenni. Tanto per deliziarmi, e anche rubare qualcosa al mestiere, ho comprato la raccolta "I miei amici cantautori": da Bowie a Vasco, da Jovanotti a Bob Dylan fino ad un racconto sul giovane Faber che ti scalda il cuore. Dev'essere stata una persona eccezionale, la Nanda: io non ho avuto mai la fortuna di incontrarla (persi l'occasione una sera di qualche anno fa in cui venne a Porto Venere), ma lo avrei voluto davvero. Entusiasmante, dolce, vivace, colta, così me la immagino: un vero spirito giovane e all'avanguardia. Il suo sorriso era la migliore spia di tutto ciò: una ragazzina travestita da novantenne. Prima o poi andrò allo Staglieno a portarle dei girasoli.
La sua vita dev'essere stata meglio di un film: ha incontrato e raccontato tutti i più grandi protagonisti della scena letteraria e musicale del dopoguerra, con le sue traduzioni e i suoi articoli ci ha regalato opere che non conoscevamo, e una lunga galleria di ritratti raccontati con semplicità, voglia di cogliere l'essenza e le piccolezze di un personaggio e chi stava dietro a quella maschera, a partire dal rapporto con il grande Ernest, per arrivare ai musicisti più importanti degli ultimi decenni. Tanto per deliziarmi, e anche rubare qualcosa al mestiere, ho comprato la raccolta "I miei amici cantautori": da Bowie a Vasco, da Jovanotti a Bob Dylan fino ad un racconto sul giovane Faber che ti scalda il cuore. Dev'essere stata una persona eccezionale, la Nanda: io non ho avuto mai la fortuna di incontrarla (persi l'occasione una sera di qualche anno fa in cui venne a Porto Venere), ma lo avrei voluto davvero. Entusiasmante, dolce, vivace, colta, così me la immagino: un vero spirito giovane e all'avanguardia. Il suo sorriso era la migliore spia di tutto ciò: una ragazzina travestita da novantenne. Prima o poi andrò allo Staglieno a portarle dei girasoli.
lunedì 26 marzo 2012
Niente paura
CHIARA-LAVORO: Sapete che questo non è uno spazio in cui mi metto a parlare dei miei fatti personali..della serie, se volete leggere delle vicende di cuore ne trovate a quintali e il gossip regna sovrano pure sul Televideo di Mediaset, quindi vi ci mancano le mie ...però ogni tanto un post-sfogatorio (licenza poetica) me lo scrivo e me lo prendo!
E stasera ci vuole proprio!
Insomma, le cose sul piano delle soddisfazioni proseguono a gonfie vele, lavorare si lavora, ci si diverte pure, ma resto in una situazione che non è né carne né pesce, e in gola ti resta sempre quell'"ovosodo che non va né su né giù!".
Mi sono vista passare avanti assi pigliatutto (per chi non avesse letto il mio e-book tratto da questo blog, in cui li descrivo modello "Il mondo di Quark", è un eufemismo per parlare dei raccomandati) nei campi più disparati, qualche colloquio è andato male, altri bene, la gavetta continua, ma mi trovo in un punto in cui vorrei cominciare a raccogliere...O meglio, avere una solida base che mi consenta di fare una vita autonoma degna di una persona della mia età, che si impegna, si è sempre sbattuta dall'infilarsi il grembiule da cameriera all'inseguire la carriera dei suoi sogni (che, detto fra noi, alla fine a servire fra i tavoli si guadagnava pure bene!), passando dal portare le vaschette di totani fritti al ristorante del Palio del Golfo al realizzare un servizio televisivo al Quirinale.
Mi sono persa anni di contributi dietro questa logica, solo che ora, nel momento fatidico, la terra si è rivelata arida a tradimento e nulla si è sbloccato. Non per togliere qualcosa ad altri mestieri, ma vorrei trovare un posto all'altezza della preparazione e delle aspettative...altrimenti per fare altri lavori fuori dalle mie corde, avrei potuto evitare questo tempo di attesa che, per carità, non è che vada gettata alle ortiche, ma deve essere messa a frutto, altrimenti i semi e le piantine seccano.
Altra questione è la mancanza di indipendenza, che tutti - e sottolineo tutti - gli amici cari e meno cari che si sono trasferiti all'estero hanno, stando in ben altra situazione! Possibile che i 30enni italiani siano un cumulo di minchioni? O per dirla alla ligure, belinoni?
Poi, oggi ho partecipato ad una conferenza stampa in cui s'è molto parlato dei nuovi poveri, dei 30-45enni italiani che vanno a chiedere i "sacchetti solidali" dalla Caritas perché non riescono ad arrivare a fine mese, e ho ragionato che se non potessi contare sul sostegno familiare, sarei in quella condizione anche io, conti alla mano. Risultato? La voglia di varcare il confine torna fortissima.
Poi, mi arriva il messaggio di un'amica scoppiettante, preparata, di quelle che non stanno mai ferme e che, nonostante l'impegno, resta momentaneamente al palo. Un'altra ancora che non riesce a trovare pure lei e la sua autostima ne risente. Poi c'è quella preparatissima che dopo aver fatto mesi di pendolarismo la lasciano a casa. L'altra che si fa il mazzo e lavora più ore di un orologio e prima conquista la sua meta, poi la rispediscono al mittente per giochi di potere. L'altra ancora che lavora 12 ore al posto delle 4 pattuite, ma non le pagano la differenza perché poi gliele scalano. Ma io ai nostri illuminati bocconiani gliela farei un po' fare questa vita, a quell'altro genio illuminato di Marchionne il doppio dei giorni. A quelli che ci condannano ad essere una generazione di infelici, gliela farei fare finché crepano. Tanto ora come ora, la pensione non la prenderebbero.
E stasera ci vuole proprio!
Insomma, le cose sul piano delle soddisfazioni proseguono a gonfie vele, lavorare si lavora, ci si diverte pure, ma resto in una situazione che non è né carne né pesce, e in gola ti resta sempre quell'"ovosodo che non va né su né giù!".
Mi sono vista passare avanti assi pigliatutto (per chi non avesse letto il mio e-book tratto da questo blog, in cui li descrivo modello "Il mondo di Quark", è un eufemismo per parlare dei raccomandati) nei campi più disparati, qualche colloquio è andato male, altri bene, la gavetta continua, ma mi trovo in un punto in cui vorrei cominciare a raccogliere...O meglio, avere una solida base che mi consenta di fare una vita autonoma degna di una persona della mia età, che si impegna, si è sempre sbattuta dall'infilarsi il grembiule da cameriera all'inseguire la carriera dei suoi sogni (che, detto fra noi, alla fine a servire fra i tavoli si guadagnava pure bene!), passando dal portare le vaschette di totani fritti al ristorante del Palio del Golfo al realizzare un servizio televisivo al Quirinale.
Mi sono persa anni di contributi dietro questa logica, solo che ora, nel momento fatidico, la terra si è rivelata arida a tradimento e nulla si è sbloccato. Non per togliere qualcosa ad altri mestieri, ma vorrei trovare un posto all'altezza della preparazione e delle aspettative...altrimenti per fare altri lavori fuori dalle mie corde, avrei potuto evitare questo tempo di attesa che, per carità, non è che vada gettata alle ortiche, ma deve essere messa a frutto, altrimenti i semi e le piantine seccano.
Altra questione è la mancanza di indipendenza, che tutti - e sottolineo tutti - gli amici cari e meno cari che si sono trasferiti all'estero hanno, stando in ben altra situazione! Possibile che i 30enni italiani siano un cumulo di minchioni? O per dirla alla ligure, belinoni?
Poi, oggi ho partecipato ad una conferenza stampa in cui s'è molto parlato dei nuovi poveri, dei 30-45enni italiani che vanno a chiedere i "sacchetti solidali" dalla Caritas perché non riescono ad arrivare a fine mese, e ho ragionato che se non potessi contare sul sostegno familiare, sarei in quella condizione anche io, conti alla mano. Risultato? La voglia di varcare il confine torna fortissima.
Poi, mi arriva il messaggio di un'amica scoppiettante, preparata, di quelle che non stanno mai ferme e che, nonostante l'impegno, resta momentaneamente al palo. Un'altra ancora che non riesce a trovare pure lei e la sua autostima ne risente. Poi c'è quella preparatissima che dopo aver fatto mesi di pendolarismo la lasciano a casa. L'altra che si fa il mazzo e lavora più ore di un orologio e prima conquista la sua meta, poi la rispediscono al mittente per giochi di potere. L'altra ancora che lavora 12 ore al posto delle 4 pattuite, ma non le pagano la differenza perché poi gliele scalano. Ma io ai nostri illuminati bocconiani gliela farei un po' fare questa vita, a quell'altro genio illuminato di Marchionne il doppio dei giorni. A quelli che ci condannano ad essere una generazione di infelici, gliela farei fare finché crepano. Tanto ora come ora, la pensione non la prenderebbero.
Fiato alle trombe!
CERCOLAVOROAMILANO: PAPPARAPPAPAPPAPAAAAAAAAAAAAAA (fanfara)
Cari amici,
finalmente ho il piacere di annunciarvi che sabato 19 Maggio alle 17 in Piazzetta Del Santo alla Spezia, ci sarà la prima presentazione del mio e-book, inserita nella rassegna "Libriamoci".
Evviva!
Vi aspetto numerosissimi!!! Riempiamo la piazza!!!
Cari amici,
finalmente ho il piacere di annunciarvi che sabato 19 Maggio alle 17 in Piazzetta Del Santo alla Spezia, ci sarà la prima presentazione del mio e-book, inserita nella rassegna "Libriamoci".
Evviva!
Vi aspetto numerosissimi!!! Riempiamo la piazza!!!
Il visagista delle dive
MILANO DA BERE, SPEZIA, LAVORO...E ANCHE UNA SANA DOSE DI VANITA': E' arrivato dagli anni ruggenti, quelli della Milano da bere, dei Versace, delle supermodel, leggende insuperate di bellezza, marketing e fascino inossidabile, del fasto. Oro che luccica, coltre spazzata via dall'economia a picco nei decenni successivi, ma rimasta leggenda per la spensieratezza, l'edonismo, la moda kitsch ma gioiosa. E io l'ho cercato, mi sono messa nelle sue mani sapienti e abilissime, in barba all'incidente di tanti anni fa che le ha mutilate, della sua verve e del suo gusto per il bello: lui è Vittorio Ferrero, make up artist che ha fatto tappa alla Spezia per un'indovinatissima mossa promozionale della signora Rita - cinquantenne di quelle che ci metteresti la firma per essere così a quell'età, che non potrebbe trovar migliore testimonial di se stessa per la sua attività - , titolare di un salone di bellezza.
L'uomo che ha truccato le modelle per le sfilate più prestigiose, i protagonisti di tanti spot, che ha preparato i soggetti per gli shooting in ogni parte del mondo era lì per noi, insegnante per un giorno a nostra disposizione, per smascherare gli errori più comuni, insegnarci tecniche e segreti per mettere a frutto i nostri tratti. Dico a frutto non a caso, perché la prima cosa che ha messo in evidenza è che il make up non deve coprire, ma evidenziare ciò che già esiste.
E io ho avuto la fortuna, in quanto inviata per il giornale, di fare da "cavia": alla fine non ci credevo neppure io, ero favolosa! Avrei voluto indossare un bel rosso Valentino, un tacco 12 e andarmene in giro per la città carica di femminilità e raffinatezza.
Sentirsi coccolate e valorizzate, di fronte a una trentina di sconosciute con cui per magia si è creato un clima da amiche di scuola, con tanto di rinfresco gustoso, colorato e salutare offerto, dimostra come in certi casi questo lavoro sia così bello da non costare un briciolo di fatica, se non quella dell'impegno a farlo per bene.
L'uomo che ha truccato le modelle per le sfilate più prestigiose, i protagonisti di tanti spot, che ha preparato i soggetti per gli shooting in ogni parte del mondo era lì per noi, insegnante per un giorno a nostra disposizione, per smascherare gli errori più comuni, insegnarci tecniche e segreti per mettere a frutto i nostri tratti. Dico a frutto non a caso, perché la prima cosa che ha messo in evidenza è che il make up non deve coprire, ma evidenziare ciò che già esiste.
E io ho avuto la fortuna, in quanto inviata per il giornale, di fare da "cavia": alla fine non ci credevo neppure io, ero favolosa! Avrei voluto indossare un bel rosso Valentino, un tacco 12 e andarmene in giro per la città carica di femminilità e raffinatezza.
Sentirsi coccolate e valorizzate, di fronte a una trentina di sconosciute con cui per magia si è creato un clima da amiche di scuola, con tanto di rinfresco gustoso, colorato e salutare offerto, dimostra come in certi casi questo lavoro sia così bello da non costare un briciolo di fatica, se non quella dell'impegno a farlo per bene.
venerdì 23 marzo 2012
L'orchestra
ROMA: c'era una volta un'orchestra che suonava insieme, era formata da tanti strumenti ed ogni esecutore, come molti artisti, aveva un ego decisamente spiccato. Erano decenni che, nonostante gli scontri sulle opere da eseguire, sul prezzo del biglietto da fissare, sulle esibizioni in programma, questo gruppo andava avanti. E gli spettatori che pendevano dai loro archi, dai loro fiati e dagli altri reparti erano un'infinità: dai 50 ai 60 milioni.
Ci furono tempi in cui quest'orchestra fu unita, altri in cui le discussioni presero il sopravvento, rischiando di spaccare quell'equilibrio che, seppur precario, aveva retto per tanto tempo. Poi, dopo che i violini si stavano per imporre sui flauti, arrivò un nuovo direttore, un tipo silenzioso, pacato, con gli occhialetti, chiamato per rassettare quel teatro scricchiolante che ospitava orchestra e spettatori. E cancellò tutte le dispute, come un padre padrone, come un pugno di acciaio fasciato di velluto: avrebbe ascoltato tutti, ma alla fine avrebbe deciso lui. Soltanto che, in barba a tante promesse, non eliminò quelle sezioni inutili, compromesse da strumenti vecchi che penalizzavano il pubblico, invece di sostituirle con pochi ma validi elementi, e in più decise di modificare unilateralmente le politiche di abbonamento del teatro, facendo rimanere fregati gli spettatori. Che da allora, non solo rischiarono di non trovare più il loro posto in platea, ma anche di pagare un biglietto molto, ma molto più caro.
Ci furono tempi in cui quest'orchestra fu unita, altri in cui le discussioni presero il sopravvento, rischiando di spaccare quell'equilibrio che, seppur precario, aveva retto per tanto tempo. Poi, dopo che i violini si stavano per imporre sui flauti, arrivò un nuovo direttore, un tipo silenzioso, pacato, con gli occhialetti, chiamato per rassettare quel teatro scricchiolante che ospitava orchestra e spettatori. E cancellò tutte le dispute, come un padre padrone, come un pugno di acciaio fasciato di velluto: avrebbe ascoltato tutti, ma alla fine avrebbe deciso lui. Soltanto che, in barba a tante promesse, non eliminò quelle sezioni inutili, compromesse da strumenti vecchi che penalizzavano il pubblico, invece di sostituirle con pochi ma validi elementi, e in più decise di modificare unilateralmente le politiche di abbonamento del teatro, facendo rimanere fregati gli spettatori. Che da allora, non solo rischiarono di non trovare più il loro posto in platea, ma anche di pagare un biglietto molto, ma molto più caro.
martedì 20 marzo 2012
Via dei Georgofili, civico 3
FIRENZE-CHIARA: Sabato non era soltanto il compleanno della nostra Italia, ma anche la Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie organizzata da "Libera" di Don Ciotti. Circa centomila persone si sono riversate nelle vie di Genova per manifestare contro gli orrori che la tentacolare piovra continua ad infliggere allo Stato.
Sopra le estorsioni, l'economia sommersa, l'omertà, la punta dell'iceberg: l'angosciante carrellata di volti spezzati dalla violenza, unico linguaggio parlato da un'organizzazione tanto scientifica quanto feroce, spaventosa come un demone dell'inferno dantesco. Fra le centinaia di occhi, nasi, bocche c'erano anche quelli di Dario Capolicchio, studente siciliano trapiantato da anni a Sarzana, saltato in aria il 27 maggio 1993 insieme ad altre quattro persone - una delle quali nata una manciata di giorni prima - a causa di una vigliacca bomba piazzata dai Corleonesi nel cuore di Firenze.
Io e Dario, oltre a provenire dalla solita provincia, avevamo altre cose in comune: la scelta di una delle città più belle del mondo dove frequentare l'università, la vita di quel periodo spensierato, la fortuna di vivere attaccati agli Uffizi, più precisamente in un vicolo parallelo alla Galleria: Via dei Georgofili, civico 3.
Soltanto che lui era lì tre anni e quattro mesi prima di me: una differenza temporale che lo ha condannato a morte.
Chissà che sogni avevi, se compravi nei miei stessi negozi il pane e il latte, se facevi le vie che percorrevo io per tornare a casa, se anche tu volevi fermarti a cena dall'Antico Fattore, il ristorante lì sotto, ogni volta che ci passavi davanti.
Quante volte me lo sono chiesto...i tuoi desideri non li ho mai conosciuti, come non ho mai conosciuto te, ma tante volte ho provato ad immaginarli e a farli un po' miei.
Era la mia casa di matricola, poi ne sono seguite altre, e sono stata fra le prime persone a mettere piede in quel palazzo disgraziato dopo la ricostruzione: c'era ancora la scala a chiocciola da completare quando sono andata a vederla la prima volta, tutto profumava di nuovo e, anche se all'inizio mi sembrava quasi di rompere un silenzio sacro, era accogliente. Del vecchio appartamento era sopravvissuto soltanto un caminetto smaltato di verde, rovinato dalla pioggia impazzita di detriti, ma rimasto lì dov'era stato posato. Di fronte al nostro finestrone, la torre dei Pulci, divenuta famosa due volte nella Storia, restaurata in modo da portare per sempre quella cicatrice infertale nella notte più cupa della Firenze del dopoguerra.
Di fianco, brulicava il cantiere, enorme: una voragine da colmare, gli operai che lavoravano senza sosta come formiche, per riparare quello che un folle secondo aveva distrutto, un caseggiato ancora fantasma, completamente da ricostruire. Ci ho passato quasi un anno di vita lì dentro, il trampolino per lanciarmi appieno in un periodo che avrebbe segnato (in bene) tutta la mia esistenza; settembre, ottobre, novembre, dicembre, gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio.
Ogni mese che passava, venivo svegliata sempre prima da chi lì sotto spendeva energie per riportare quel budello di strada alla normalità, sempre che dopo quello che accadde, fosse possibile. Poi il trasloco, lo studio, le sbronze, le lezioni, le mie passeggiate "a respirare il bello", l'Arno, Palazzo Vecchio, il mio ex fidanzato, gli amorazzi, le occasioni prese e quelle perse, gli amici, i confronti in facoltà, i ricevimenti, le cene, la biblioteca Nazionale, la tesi. E, come se fosse stato scritto, mentre diventavo dottoressa in Storia, gli ultimi teloni e le ultime impalcature venivano rimosse da Via dei Georgofili, tornata ad essere come prima, a parte quell'ulivo simbolo di memoria imperitura. E il mio cerchio, il cerchio di Firenze, quello di Dario, si è chiuso. Che riposi in pace.
Sopra le estorsioni, l'economia sommersa, l'omertà, la punta dell'iceberg: l'angosciante carrellata di volti spezzati dalla violenza, unico linguaggio parlato da un'organizzazione tanto scientifica quanto feroce, spaventosa come un demone dell'inferno dantesco. Fra le centinaia di occhi, nasi, bocche c'erano anche quelli di Dario Capolicchio, studente siciliano trapiantato da anni a Sarzana, saltato in aria il 27 maggio 1993 insieme ad altre quattro persone - una delle quali nata una manciata di giorni prima - a causa di una vigliacca bomba piazzata dai Corleonesi nel cuore di Firenze.
Io e Dario, oltre a provenire dalla solita provincia, avevamo altre cose in comune: la scelta di una delle città più belle del mondo dove frequentare l'università, la vita di quel periodo spensierato, la fortuna di vivere attaccati agli Uffizi, più precisamente in un vicolo parallelo alla Galleria: Via dei Georgofili, civico 3.
Soltanto che lui era lì tre anni e quattro mesi prima di me: una differenza temporale che lo ha condannato a morte.
Chissà che sogni avevi, se compravi nei miei stessi negozi il pane e il latte, se facevi le vie che percorrevo io per tornare a casa, se anche tu volevi fermarti a cena dall'Antico Fattore, il ristorante lì sotto, ogni volta che ci passavi davanti.
Quante volte me lo sono chiesto...i tuoi desideri non li ho mai conosciuti, come non ho mai conosciuto te, ma tante volte ho provato ad immaginarli e a farli un po' miei.
Era la mia casa di matricola, poi ne sono seguite altre, e sono stata fra le prime persone a mettere piede in quel palazzo disgraziato dopo la ricostruzione: c'era ancora la scala a chiocciola da completare quando sono andata a vederla la prima volta, tutto profumava di nuovo e, anche se all'inizio mi sembrava quasi di rompere un silenzio sacro, era accogliente. Del vecchio appartamento era sopravvissuto soltanto un caminetto smaltato di verde, rovinato dalla pioggia impazzita di detriti, ma rimasto lì dov'era stato posato. Di fronte al nostro finestrone, la torre dei Pulci, divenuta famosa due volte nella Storia, restaurata in modo da portare per sempre quella cicatrice infertale nella notte più cupa della Firenze del dopoguerra.
Di fianco, brulicava il cantiere, enorme: una voragine da colmare, gli operai che lavoravano senza sosta come formiche, per riparare quello che un folle secondo aveva distrutto, un caseggiato ancora fantasma, completamente da ricostruire. Ci ho passato quasi un anno di vita lì dentro, il trampolino per lanciarmi appieno in un periodo che avrebbe segnato (in bene) tutta la mia esistenza; settembre, ottobre, novembre, dicembre, gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio.
Ogni mese che passava, venivo svegliata sempre prima da chi lì sotto spendeva energie per riportare quel budello di strada alla normalità, sempre che dopo quello che accadde, fosse possibile. Poi il trasloco, lo studio, le sbronze, le lezioni, le mie passeggiate "a respirare il bello", l'Arno, Palazzo Vecchio, il mio ex fidanzato, gli amorazzi, le occasioni prese e quelle perse, gli amici, i confronti in facoltà, i ricevimenti, le cene, la biblioteca Nazionale, la tesi. E, come se fosse stato scritto, mentre diventavo dottoressa in Storia, gli ultimi teloni e le ultime impalcature venivano rimosse da Via dei Georgofili, tornata ad essere come prima, a parte quell'ulivo simbolo di memoria imperitura. E il mio cerchio, il cerchio di Firenze, quello di Dario, si è chiuso. Che riposi in pace.
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